John Watermann è stato quel che si può definire un artista totale, attivo a fasi alterne e sempre proiettato verso la sperimentazione. Già noto per il suo impegno nelle arti figurative, nonché come regista e fotografo, riesce a imporsi anche con la produzione audio, sebbene fiorita in tempi relativamente recenti (del 1989 il primo titolo). Ma il destino ha voluto che questo autore uscisse prematuramente di scena nel 2002, lasciando spunti incompiuti e progetti aperti, a testimonianza di una personalità vitale e creativa troncata da un’infame malattia.
La maggior parte dei suoi titoli sono in fase di recupero e di ristampa, come testimonia questo Calcutta gas chamber, realizzato originariamente nel 1993 e ora recuperato dal team Cold Spring, a dimostrazione dell’ampia e ricercata cultura musicale della label inglese.
La fonte di ispirazione per questo disco fu una viaggio di Watermann in India, durante il quale prese coscienza dell’esistenza di camere a gas a Calcutta, ormai dismesse e semidivorate dalla natura; furono fatte alcune riprese video, che servirono poi come fonte nella fase di realizzazione audio. Il CD si snoda in 8 movimenti che ripercorrono l’orrore degli omicidi con gli occhi della vittima, facendo rivivere in prima persona i rumori che caratterizzavano la gasazione e abbandonando qualsiasi motivo descrittivo o didascalico, fino a farci scivolare nella realtà più cruda, riproponendola con efficace realismo.
Le modalità di realizzazione rimandano spesso alla musica concreta, con materiale sonoro preso a prestito da varie fonti e incollato in molteplici modi, al fine di raggiungere una costruzione audio assolutamente non trasferibile su un rigo musicale. Siamo comunque distanti sia dal panorama industrial di vecchia scuola che da quello più recente. Si tratta piuttosto dell’accostamento di rumori tanto scabri, quanto tranquilli, che collegano questo autore alle sonorità di classici sperimentalisti come Stockhausen o Asmus Tietchens (più vicini alla sua generazione), ma anche a recenti progetti tipo Kommissar Hjuler. L’assenza di ritmica e di atmosfere preconfezionate possono rendere l’ascolto arduo a chi non è abituato a tali manipolazioni, ma non siamo di fronte all’ultimo dei rumoristi, per cui questo può essere il momento buono per avvicinarvi a una linea musicale più complessa e distante dai soliti clichés. |